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Il capitalismo
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Perché l’uso di questa categoria è
inappropriato
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Come docente di storia qualche anno fa
decisi di svolgere una lezione dal titolo “Il capitalismo non esiste”.
Ero serio e provocatorio allo stesso tempo. Qui di seguito svilupperò il senso
di quella lezione.
Il termine capitalismo-capitalista è
divenuto qualcosa di cui vergognarsi, quasi un’offesa. Capitalista è infatti
sinonimo di ricco sfruttatore sulla pelle della povera gente e capitalismo è
una società basata sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza. Marx aveva
previsto il crollo del capitalismo perché l’impoverimento operaio avrebbe
provocato una rivoluzione: non è successo. Allora i marxisti hanno detto che il
capitalismo sopravviveva grazie all’imperialismo, cioè al furto nelle colonie:
come scrisse Lenin, l’imperialismo è la fase finale del capitalismo. Oggi che
le colonie non esistono più da 60 anni e che le ex-colonie registrano
complessivamente migliori condizioni di vita, allora si torna a criminalizzare
il capitalismo, questa volta finanziario, con l’aggiunta razzista che è tutta
colpa degli ebrei. Ma non è questo l’aspetto più interessante della questione.
In cosa consiste un’economia
capitalista?
Chi produce e chi consuma sono due
figure differenti: produzione-vendita-acquisto-consumo. Perché questo avvenga
occorre che qualcuno (singolo, gruppo, società) abbia denaro (capitali) per
comprare-affittare un locale, comprare degli strumenti, pagare i lavoratori che
usano quegli strumenti. I beni prodotti appartengono a chi ha investito quel
denaro il quale provvederà a venderli. Tutto qui. Diversamente da prima (Marx
la chiamava economia feudale) quando vigeva l’autoconsumo: il produttore
consumava direttamente; cibo, strumenti, vestiti, scarpe era tutto prodotto da
lui che era sia artigiano sia agricoltore. Produceva anche per il signore
feudale: non c’era bisogno di passare per il mercato.
E’ vero che anche in passato esisteva il
mercato, in cui si vendeva e si comprava, ma è sempre stato una modesta parte
della produzione e del consumo totali di una regione. Le società sono entità
complesse per cui ridurle, come fece Marx, a (1) comunismo primitivo, (2)
società schiavista, (3) società feudale, (4) società capitalistica, (5) società
socialista, (6) società comunista, è semplicistico, come semplicistico è
ridurre i conflitti sociali a due classi: padroni e schiavi, nobili e servi,
capitalisti e proletari. Se ne accorse Lenin in Russia e lo capì perfettamente
Trotskij. Quando nel Basso Medioevo, intorno all’anno Mille, cominciarono a
diffondersi borghesi e mercati non era scontato che avrebbero retto e si
sarebbero affermati, ma ciò successe e da quel momento in poi l’economia di
mercato crebbe in quantità e in qualità fino a raggiungere i livelli attuali.
Anche questo non fu un processo semplice e univoco, perché vide molteplici
forme, nuovi soggetti, conflitti eterogenei, stasi e limiti: nell’Italia degli
anni ’50 del 1900 (anche in Toscana) parte significativa della produzione
rientrava nell’autoconsumo. Oggi questo rimane solo nell’orticello di casa,
nella marijuana coltivata in giardino, nelle conserve, nel bricolage: ma in
tutti questi casi dipende pur sempre dal mercato.
EVOLUZIONE DEL CAPITALISMO. All’inizio
era un’economia nuova, ma abbastanza semplice, con limiti legati alle
corporazioni che stabilivano molte regole, con un mercato libero ma relativamente.
Col passare del tempo e la sua diffusione, essa passò per diverse e spesso
contrastanti fasi, come il protezionismo, il mercantilismo, l’intreccio con la
finanza, la divisione del capitale attraverso le azioni, l’intervento a lato o
diretto dello Stato. Non solo, ma permise che cambiassero le istituzioni
politiche di cui la borghesia aveva bisogno: si passò dai Comuni al cui governo
erano le Arti di mestiere, cioè i borghesi stessi, allo Stato che era composto
anche di professionisti. Non fu un percorso omogeneo, ma ogni fase si
realizzava attraverso la composizione di numerose forze, pronta a riaprire il
confronto e lo scontro tra le parti che erano rimaste in campo e quelle che nel
frattempo si erano formate. Marx aveva ridotto tutto alla lotta di classe tra
due gruppi, invece abbiamo assistito alla presenza di classi, ceti,
istituzioni, organizzazioni in tale quantità e talmente variopinte che era
spesso difficile riconoscerle: i loro comportamenti non erano predeterminati e
spesso la borghesia, teoricamente amante del libero mercato e della
concorrenza, ha preferito appoggiarsi ai comodi cuscini dello Stato per la
protezione dei propri prodotti. In più dobbiamo aggiungere l’incognita
personale, quella dell’individuo che, agendo in un modo invece che in un altro,
ha spinto in una direzione invece che in un’altra.
Detto questo entriamo di più e meglio
dentro la parola “capitalismo”.
Il grande dizionario della lingua
italiana della UTET è quanto di meglio si possa trovare sull’uso della lingua
italiana: si tratta di 21 volumi con 22.700 pagine e ogni pagina è divisa in 3
colonne. Andiamo alla parola “capitalismo” e vediamo che ad essa sono dedicate
solo 7 righe di significato e 14 di citazioni. Gli autori citati sono Panzini,
B. Croce ed E. Cecchi, tutti autori di fine 1800 e del 1900; anche la voce
“capitalista” è articolata in misura poco maggiore. Cosa vuol dire tutto ciò?
semplicemente che il termine ha una storia recentissima che fa riferimento allo
sviluppo del socialismo e in particolare del marxismo, di cui ha mantenuto
tutti i colori e gli accenti negativi. Insomma è una parola che si impone per i
suoi connotati spregiativi e lo ha fatto ancora di più da quando la cultura è
diventata di massa. I capitalisti del 1200 non si ritenevano tali e tali non si
chiamavano: allora la ricchezza era esempio di distinzione e di emulazione, o
di rispetto, nel caso non si potesse raggiungere. La narrazione contemporanea è
curiosa se non peggio: nel momento in cui tutto ruota intorno al capitalismo si
manipola la realtà facendo finta che esista un’alternativa all’economia in cui
viviamo da molti secoli. Dopo il crollo del comunismo e il velo squarciato
sulla sua sostanza non esiste più nemmeno l’illusione di un sistema
completamente e complessivamente diverso. Ma anche questa contrapposizione
risponde al semplicismo dicotomico dissolto di fronte alla complessità. Non c’è
bisogno di essere anticomunisti per capire che i comunismi realizzati altro non
erano che forme di “capitalismo di stato”: lo aveva già detto Trotzkij
il grande capo dell’Armata Rossa ucciso da Stalin. “Non è possibile il
comunismo in un solo paese”.
Il punto è che se ci liberiamo della
parola “capitalismo” usciamo dalla prigione in cui siamo stati rinchiusi per un
secolo e mezzo e cominciamo a pensare a quale strada percorrere per migliorare
le condizioni di vita dell’essere umano. Oggi sono sul banco degli imputati il
capitalismo finanziario, il supercapitalismo, il turbocapitalismo, la finanza
internazionale (ebrea, ovviamente), come se non si trattasse di ideologia di
propaganda. Criticare la Thatcher, Reagan, Bush, il riscaldamento globale è
stato ed è un modo per criticare il capitalismo: Keynes era per il capitalismo,
l’economia svedese e norvegese (la così detta socialdemocrazia) è un’economia
capitalistica.
Non esistono alternative.
Viviamo da tempo in una società di
mercato, dove si produce per vendere prodotti (più o meno materiali) che i
compratori useranno, dove la proprietà privata è fondamentale, dove la libertà
del mercato pure: libertà economica e libertà politica sono andate di pari
passo e continuano a farlo. In modo reticolare e complesso, certo, con
accelerazioni e frenate, con la creazione di nuovi istituti, nuove norme, nuove
realtà: non è mai stato un processo semplice e lineare né mai lo sarà. A nulla
serve demonizzare questa o quella figura, questa o quella organizzazione,
questa o quella società: non si deve mai dimenticare che l’interesse soggettivo
è la molla dello sviluppo. Ergersi a difensori di un generico interesse
pubblico senza mettere in luce gli interessi personali è pura ipocrisia: le
lobbies americane sono lì per rendere pubblici gli interessi privati e la
beneficenza (vastissima) è un modo con cui si redistribuisce parte della
ricchezza senza mostrarsi né S. Francesco né Santa Teresa.
Come viene presentato l’argomento nei
libri di storia? Si parla della comparsa della borghesia dopo l’anno Mille, poi
essa scompare dal testo, per riapparire con la Riforma Protestante e in
particolare il calvinismo (anche grazie alla nota tesi di Weber), poi la
borghesia ricompare ai tempi della Rivoluzione inglese. Dopo è la volta della
Rivoluzione Industriale, di cui si danno per scontati i benefici, mentre pagine
e pagine vengono spese per parlare degli effetti negativi: sfruttamento, lavoro
infantile e femminile, problemi ecologici e poi disoccupazione, distruzione
della famiglia…e chi più ne ha più ne metta. Praticamente eguale per la seconda
rivoluzione industriale: non si parla di benefici (ad esempio in campo medico o
di trasporto), ma solo di un ipotetico peggioramento delle condizioni di vita a
causa soprattutto del capitalismo finanziario. Un eventuale miglioramento è
frutto della rapina ai danni degli altri continenti. Ancora crisi del
capitalismo, inevitabile, e crollo nel 1929: la crisi del ’29 è indicata come
un dramma cosmico, al cui confronto i problemi in URSS, compresi i morti per
fame, appaiono come poca cosa. Il punto è proprio questo: i fatti ci sono
tutti, almeno da qualche decennio, ma non esiste un confronto tra quella che è
l’economia di mercato e la sua alternativa socialista e, se per quanto riguarda
la prima si propongono tutti i problemi e le difficoltà, per la seconda si
enfatizza lo sforzo del paese e il contributo alla sconfitta del nazismo. Di
Cuba sono messe in evidenza le differenze rispetto al regime di Batista, ma il
fallimento della politica economica socialista non appare: sempre e solo
difficoltà. Il crollo del comunismo 30 anni fa ha permesso di capire che esiste
un solo tipo di economia e che per questo non ha più senso chiamarla con un
nome particolare “capitalismo”, perché essa illude che esista un’alternativa.
Quindi non “capitalismo”, ma semplicemente “economia”.
Perché parlare solo di “economia”?
Quando l’avventura borghese ebbe inizio,
circa mille anni fa, esistevano due modi di procurarsi ciò che era necessario
alla vita: quello che ruotava intorno al mercato
(produzione-vendita-acquisto-consumo) e quello “feudale” basato su
produzione-consumo. Ciò avveniva perché ampie regioni erano separate tra loro
senza alcun tipo di comunicazione e in genere il contadino non si allontanava
dal campo e dalla casa in cui viveva con la famiglia: un territorio a macchie
di leopardo, dove alcune macchie erano colorate di autoconsumo e altre di
mercato.
Da circa un secolo le macchie
dell’autoconsumo sono praticamente scomparse e oggi con la globalizzazione
l’interconnessione è totale e tutti viviamo grazie all’esistenza di mercati
locali e di un mercato globale. L’ideologia ha fatto credere che il
socialismo-comunismo fosse una realtà diversa e in questo abbaglio sono caduti
anche molti liberali: esso era invece un misto di capitalismo di stato e regime
schiavista (per i milioni di prigionieri dei gulag). Con l’avvento e lo
sviluppo della borghesia l’economia si è modellata intorno al mercato, ma
attraverso forme svariate che erano il frutto di rapporti di forza e volontà di
potenza che producevano realtà attraverso la loro composizione.
Abbiamo visto la corsa al denaro, la
condanna del denaro, l’accettazione dello status quo e le più violente
jacqueries, una borghesia costruire istituzioni politiche adeguate e una
borghesia pronta al compromesso con la Chiesa e con l’Impero. Abbiamo visto la
comparsa e il rafforzamento di uno Stato di tipo nuovo che ora si integrava con
i borghesi ora si accaniva contro di loro, abbiamo visto il disprezzo per il
lavoro e l’esaltazione anche religiosa del lavoro. La borghesia ha trasformato
nobili in borghesi e ha anche dovuto lottare contro i nobili, ha delegato ad
altri la gestione del potere e se ne è assunta la responsabilità in prima
persona. Ha influenzato filosofi, scienziati, letterati e artisti tanto da
subirne la suggestione proponendo mondi a lei vicini e utopie estreme. Ha sfruttato
il potere del denaro per imporre scelte e imporsi, non si è fatta mai mancare
nulla e non si è tirata indietro quando c’era da aiutare i più bisognosi, ha
trovato scuse per non cambiare nulla e ha forzato la mano a se stessa e agli
altri per decidere cambiamenti anche radicali. Ha dato vita a piccoli negozi, a
modeste imprese, a campioni nazionali, a colossi multinazionali e
transnazionali, ha rischiato con coraggio mettendo in discussione ricchezze di
lunga data, ha compromesso la sua immagine evitando di rischiare e
appoggiandosi su legami forti e ambigui con lo Stato.
Abbiamo visto la più sfrenata e
imponente concorrenza e allo stesso tempo il comodo riposarsi sulle rendite
monopolistiche, abbiamo visto chiedere favori allo Stato pagati poi pesantemente.
Abbiamo visto uno Stato crescere esponenzialmente, farsi capitalista e
monopolizzare un potere che si allontanava dal mercato talvolta per venire
incontro al popolo degli elettori molto spesso per sfruttare la propria
posizione.
Insomma in questi mille anni si è visto
di tutto e di più.
Da quando l’economia di mercato ha
superato l’economia di autoconsumo imponendosi sempre più, le forme con cui si
è manifestata sono state molteplici e spesso anche contrastanti.
La prima attività mercantile aveva
limiti evidenti, poi la nascita e il rafforzamento degli stati nazionali ha
portato a quelli che vengono chiamati mercantilismo e protezionismo. Nel 1700
invece si è affermato il liberismo che grazie alla parola d’ordine “Laissez
faire, laissez passer” ha permesso uno sviluppo economico, qualitativo e
quantitativo mai visto. Questo liberismo puro è durato fino alla seconda metà
del 1800 quando la crescita imprenditoriale ha prodotto i monopoli e la
concorrenza internazionale ha spinto verso il protezionismo. La storia
economica del 1900 è abbastanza nota per continuare: Keynes e Von Hayek,
statalismo e privatizzazioni, Mitterand e Reagan, fallimento della società
comunista. E ora sembra che tutto venga rimescolato e messo in discussione.
L’economia. Non l’economia
capitalistica.
Ciò a cui assistiamo oggi a una prima
osservazione non appare nulla di nuovo.
Conosciamo il liberismo spinto dalla
globalizzazione e allo stesso tempo conosciamo, dai tempi degli Atéliers
Nationaux di Luigi XIV, lo Stato imprenditore; non sono nuovi i dazi di cui
parlano tutti i giornali né ci sono ignoti gli accordi tra Paesi; non è nuovo
neppure il potere della finanza che si muove a lunghissime distanze: di nuovo
c’è solo la velocità delle comunicazioni e delle operazioni, ma non è questo
sufficiente a far pensare a un
cambiamento sostanziale. Neppure l’aspirazione a quella che viene
pomposamente chiamata “decrescita felice” è cosa nuova, dai tempi di Francesco
d’Assisi e di Gerolamo Savonarola. Non è nuova neppure la critica
all’egualitarismo di chi propaganda “uno vale uno”: un corteo di intellettuali,
santi, uomini politici ha camminato per queste strade. In fondo non è nuovo
neanche quello che io da decenni considero una novità, e cioè il ruolo
dell’individuo: esso nasce con la società liberaldemocratica ed oggi si assiste
a una sua progressione geometrica.
Il corpo e l’anima, la materia e lo
spirito, il cuore e il cervello, il reale e l’ideale, il concreto e il sogno,
il quotidiano e il futuro, la Società e l’Individuo, l’uomo e Dio: sono tutti
aspetti agli antipodi che hanno visto, di volta in volta, primeggiare per
essere sostituiti poco dopo dal suo opposto.
Cosa può alterare questo quadro di
fenomeni dejà vus, pur in abiti originali?
In una società con un grado di
complessità come la nostra la quantità di nodi e il numero delle relazioni che
si interconnettono sono tali che basta veramente poco per provocare grosse
trasformazioni: in questo senso l’effetto farfalla, quello del battito d’ali in
un continente che provoca tempeste in un altro, è qualcosa di effettivo e
significativo. Ciò non vuol dire, cosa difficile da comprendere per i
deterministi, che basta questo piccolo battito per sconvolgere il sistema; ciò
vuol dire che il sistema opererà delle trasformazioni tali da farlo
sopravvivere fortificato. Cambiano le forme, i soggetti coinvolti, le
relazioni, ma il quadro di riferimento si chiarisce e si solidifica: alcuni
battiti di ali saranno più forti di altri, ma provocheranno una reazione del
sistema che non rinuncerà alle sue prerogative.
Chiariamo innanzitutto che il termine
“sistema” da me in uso non è quello che storicamente appartiene al marxismo
soprattutto dopo il ’68: un qualcosa che non è mai definito concretamente ma
che evoca e suggerisce il riferimento al “potere borghese”, allo “Stato
borghese”, al “capitalismo”, un riferimento talmente generico che è praticabile
solo da chi ha una visione semplice della realtà.
Lo stesso termine non è neppure quello
che oggi la destra e il populismo identificano nei “poteri forti”, nella
“finanza internazionale”, negli “speculatori” alla Soros: anche in questo caso
siamo nel terreno del semplice che è incapace di cogliere la sempre più
articolata complessità del mondo in cui viviamo.
L’acquisizione della complessità in
tutti i campi ha permesso di mettere fuori gioco la visione dicotomica della
realtà che, dai tempi di Aristotele, ha caratterizzato il nostro pensiero. Il
semplice continua a ragionare come se il Potere fosse sempre quello
identificabile nel Palazzo d’Inverno, espressione della borghesia, il cui unico
scopo è combattere e tenere sottomesso il proletariato o, più genericamente e
attualmente, il popolo. Il Potere non è mai stato solo ed unicamente quello,
perché gli individui hanno sempre saputo mantenere viva almeno una fiammella,
ma sicuramente oggi non è riducibile e semplificabile. Ciò non vuol dire che
non esiste più alcuna forma di potere, ma che esso presenta una ricca
articolazione a livello istituzionale e una frammentazione di non poco conto
per quanto riguarda la sfera individuale e personale.
Questo è il nuovo punto di partenza con
cui fare i conti. E questo in economia significa abbandonare la categoria
ideologica del “capitalismo” che presupporrebbe una categoria opposta
altrettanto potente.
L’economia ha bisogno di contributi e
non di slogan che sottendono ideologie, anche perché oggi esiste un’economia
globale in cui dobbiamo imparare a ragionare ed operare avendo in
considerazione il contesto internazionale. La politica, e soprattutto quella
economica, è la scelta migliore in un dato contesto: quando l’Italia ha bandito
il nucleare (che Francia e Germania sviluppavano a qualche centinaio di km) ha
fatto una scelta ideologica e non politica. Numerosi sono gli esempi.
Al di là dei singoli numerosi esempi che
potremmo fare, e non solo in Italia (le 35 ore in Francia), c’è una questione di
metodo che è fondamentale e riguarda il ruolo che lo Stato deve avere in una
società liberaldemocratica. Ed è in questo campo che dovrebbero esserci sia
certezze sia dubbi: i vincoli nascono dalla storia economica e sono questi
stessi vincoli a creare orizzonti e determinare delle possibilità. Lo Stato si
è sempre presentato come soggetto non secondario nella vita economica di una
nazione: nei paesi anglosassoni meno, nel continente di più. Il termine “via
prussiana allo sviluppo” nasce dall’intervento statale per favorire la
nascente industria tedesca nella seconda metà del 1800; negli USA dopo la crisi
del ’29 si è avviata una politica di forti aiuti statali e anche in Italia
durante il fascismo lo Stato aveva in mano leve decisive dell’economia: in tutti
questi casi però va detto che allora il mondo era diviso in aree
protezionistiche.
Il liberalismo puro prevede che lo Stato
limiti il proprio intervento al massimo (difesa, fisco e poco più) e questo è
incomprensibile in Europa dove il peso del socialismo è stato notevole;
soprattutto in Italia dove tutto il 1900, se si esclude il periodo del boom
economico, è stato vissuto all’insegna del più spudorato statalismo. Tra nessun
intervento e la statalizzazione di stampo sovietico sono possibili tante
varianti, ognuna delle quali deve fare i conti con la storia nazionale e anche
con la realtà del contesto internazionale.
La storia economica ha dimostrato come i
due estremi siano inagibili e inattuali: il socialismo è fallito, mentre lo
Stato ha imposto la sua presenza anche in quelle nazioni, come gli Stati Uniti,
che hanno sempre cercato di valorizzare il ruolo dell’individuo; e non sto
parlando di Roosevelt ma dell’America del 2000.
Non esiste alternativa all’economia di
mercato, su questo non c’è dubbio: gli ecologisti che innalzano la bandiera
della salvezza del pianeta e i neo-socialisti sognatori di un passato che non
ci fu non hanno futuro. Essi non hanno futuro perché i loro proclami non sono
proposte politiche, ma pura e semplice ideologia: suggestioni che da un lato
lasciano il tempo che trovano e dall’altro servono alla carriera politica e
alla notorietà di qualcuno.
La gestione statale dell’economia è
stata un fallimento ovunque. Più credito ha il mantra ecologista, dove il
“consumare meno” e la “decrescita felice” contraddicono le basi della vita
stessa, non solo dell’economia. Se poi il “consumare meno” lascia il posto al
“consumare meglio”, espressione accattivante certo, i nodi vengono subito al
pettine: chi stabilisce cosa sia “meglio”? Il Soviet Supremo o il Grande
Fratello dei consumi? Basta Suv e tutti in Panda? Basta mango sudamericano
arrivato in aereo e tutti a mele e pere? Mele della Val di Non o Anurca
campane? E così via. Non sarebbe una novità: è ancora una volta il comunismo
delle Trabant, delle macchine scatoletta e degli appartamenti in comune per una
parte del popolo, mentre le Volga e le Dacie sono riservate all’apparato del
partito.
In realtà, dietro la propaganda
ecologista radicale e catastrofista si cela lo spirito dittatoriale e il
rifiuto della libertà.
L’ecologismo consapevole è già in moto
per cambiare le cose, operando gradualmente, senza bisogno di Diktat o norme
emergenziali. Il mercato, e l’economia che si basa su di esso, sono ancora la
risposta migliore: per venire incontro a un consumatore più attento le aziende
producono auto poco inquinanti, mentre altre imprese hanno saputo dar vita a
prodotti frutto del riciclo della plastica. Non c’è bisogno di tassare le
bevande zuccherate, ci ha già pensato la Coca Cola a produrre bevande
sugarfree. E così via.
La libertà di scelta e di mercato è
l’unica condizione per migliorare la vita del pianeta con il contributo degli
esseri umani: se vuoi vendere i tuoi prodotti questi devono rispondere alle
aspettative dei consumatori; se continui come prima e fai il furbetto prima o
poi fallirai. E’ interesse del produttore rispettare le sensibilità del
consumatore, che sono il frutto di una crescita culturale individuale e
collettiva. Non certo di interventi coercitivi e dittatoriali a danno della
libertà d’impresa e di mercato. Cultura ed educazione.
Purtroppo la scuola dal 1968 continua a
ignorare il problema, non solo nel mancato insegnamento dell’economia, ridotta
a contabilità o annullata nella diatriba sociale, ma anche nella stessa
progettazione da parte dei docenti che vedono solo l’aspetto tecnico e
organizzativo, come se la dimensione economica non li riguardasse.
E così torniamo al punto di partenza.
Il solo citare la parola “capitalismo”
evoca dolore e sofferenza, miseria e sfruttamento, lotta di classe e
rivoluzioni, per cui l’uomo normale, l’uomo della strada prima di proporre,
trovare o approvare una soluzione si sente in dovere di individuare e
dichiarare le magagne, le truffe, le corruzioni. L’economia non viene vista
come uno strumento, certo imperfetto ma utile, per migliorare la vita delle
persone, ma come qualcosa che deve risolvere un problema. L’occupazione è la
soluzione al problema della disoccupazione, la Cassa Integrazione è la
soluzione al problema della crisi industriale, ogni scelta ha senso solo come
soluzione di un problema. Ed ecco che a questo si lega un altro aspetto che da
noi è fortissimo: il ruolo decisivo dello Stato. Indipendentemente
dall’ideologia l’economia è vista come qualcosa che riguarda essenzialmente lo
Stato e dunque decisiva è la politica economica del governo: non viene preso in
considerazione il fatto che essa sia invece principalmente qualcosa che
riguarda i cittadini nel loro vivere insieme. Infatti economia deriva da oichos
(casa) e nomos (regola, legge), cioè prima di tutto riguarda la
gestione del patrimonio di una famiglia, ovvero come il capofamiglia si procura
i mezzi di sussistenza. Avere un’idea, trasformarla in progetto, acquistare gli
strumenti, procedere alla produzione del bene, usarlo direttamente o venderlo:
tutto questo viene prima e ha permesso alla società di consolidarsi e
svilupparsi. Si è visto che la produzione per il mercato e la divisione del
lavoro offrivano molti vantaggi e si è proseguito secolo dopo secolo per quella
strada attraverso la creazione di nuovi strumenti e nuove strutture mano a mano
che l’organizzazione della società si faceva sempre più complessa. Ad un certo
punto è entrato in scena anche lo Stato sia perché voleva approfittare della
ricchezza generata sia perché si sentiva la necessità di un Ente al di sopra di
tutti che fornisse garanzie. Non sempre le cose sono andate in modo liscio e
dopo una richiesta allo Stato di tenersi fuori dalle attività economiche, esso
si è imposto sempre di più.
E questa è storia recente.
Le pretese di tenere fuori lo Stato
dalla vita economica è ormai tramontata sia perché il peso assunto è tale da
rendere impossibile una sua uscita di scena sia perché alcune funzioni non
previste due secoli fa sono diventate necessarie nella società di massa.
Parimenti le pretese di ricondurre tutta
l’attività economica alle decisioni e alla supervisione dello Stato sono
impraticabili sia perché esse minerebbero la libertà individuale sia perché il
costo a carico di tutti i cittadini sarebbe troppo alto.
Quale strada verrà percorsa è difficile
da dirsi.
Siamo in una fase di gestazione, non
definita e tanto meno definitiva: si scontrano vari interessi ed entrano in
gioco molti aspetti che precedentemente (diciamo gli ultimi 50-60 anni) erano
poco visibili.
La società di massa sta cambiando le proprie
forme e anche gli abiti dell’organizzazione statale; il più importante di tutti
è il fatto che il popolo votante ha sempre più la pretesa di essere preso in
considerazione e di risultare decisivo, spingendo i governi a scelte
demagogiche che, se non venissero prese, li priverebbero del potere. Non solo,
ma come succede in tutti i comparti della vita sociale, la società di massa
porta a una perdita della qualità, facendo sì che il mestiere di parlamentare e
uomo politico sia un mestiere come un altro, ma un mestiere ben remunerato, che
dipende dal voto e dall’umore degli elettori.
Quale strada verrà percorsa è difficile
da dirsi.
Di certo esistono dei punti di
riferimento che abbiamo creato nel corso dell’evoluzione storica delle nostre
società e che rappresentano le fondamenta su cui erigere il nostro futuro.
I principali punti di riferimento
storicamente determinati sono: l’economia di mercato, la libertà individuale,
la liberaldemocrazia. Rinunciare a questi sarebbe fare un salto nel buio.

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